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Quante volte abbiamo scelto di svagarci quando stiamo facendo o vivendo una situazione difficile?

Volevo partire da questo modo apparentemente innocuo di affrontare il disagio e come questo piacere che ne deriva sembra ridurre l’insoddisfazione, andando ad esaminare ciò che avviene nella nostra mente, un po’ più da vicino.

Questo argomento non nasce a caso e si sviluppa da una investigazione quotidiana verso il vissuto con la mia mente, ma che poi, a ben vedersi è un modello di proposizione adottato universalmente.

Infatti, esaminando attentamente questo comportamento, in modo latente e celato alla parte cosciente, stiamo istruendo la nostra mente a risolvere un disagio interiore, che ha apparentemente una componente interna ed una esterna.
Questa componente interna si è sviluppata nel corso di anni di interazione con elementi esterni ma che agiscono da surrogati illusori per risolvere quel disagio interno.
Di fatto, quanto siamo “vittime” di una insoddisfazione, quello che cerchiamo di fare è di risolverla immediatamente, come se avessimo delle braci accese sotto i piedi.

Questo tipo di comportamento, che ci porta alla gratificazione immediata però ha numerose conseguenze su come ci approcciamo verso gli elementi esterni.

Vediamo di esaminarli da vicino.

I problemi della gratificazione immediata

Quando ci siamo ormai addentrati in uno schema di gratificazione che si rispecchia in abitudini consolidate, abbiamo svariati effetti collaterali, dei quali, nessuno ci è venuto a dire che non vanno bene o che ci possono creare problemi a lungo termine.

Per cui ho cercato di fare un elenco, non esaustivo, degli elementi psicologici e comportamentali per darci una possibilità di sviscerare questo argomento che ritengo piuttosto centrale nella nostra società occidentale:

  • Atteggiamento compulsivo verso gli elementi di gratificazione;
  • Evitamento delle emozioni soggiacenti al disagio;
  • Attaccamento/ Avidità/ Aggrapparsi ad un sè;
  • Maggior reattività emotiva;
  • Attribuzione di qualità intrinseche ad oggetti esterni, statiche e rigide, “cristallizzate”;
  • Maggior dipendenza da elementi esterni.

Chiarimento su interno ed esterno

I nostri stati interiori sono specchiati nella relazione che creiamo all’esterno. Di fatto non ci accorgiamo che sono una proiezione che viene continuamente reiterata dal nostro filtro cognitivo. Il filtro cognitivo viene creato dalla parte inconscia dalle esperienze che viviamo ma soprattutto da come le viviamo e quindi a come ci rapportiamo ad esse.

Questa presunta suddivisione o separazione che sembra vigere tra interno ed esterno, è una illusione pervicace.  Il modo in cui però diamo addito a ciò che viene percepito dai nostri sensi, viene frainteso a livello interpretativo, in quanto, quando le informazioni recepite dai sensi, vengono inviate alla coscienza mentale, questa attua nel giro di brevissimo tempo una interpretazione che di fatto, ne distorce una diretta comprensione, aggiugendo quindi a ciò che percepiamo, qualcosa che non gli appartiene in realtà. 

Inoltre viene fatta una distinzione netta tra il mondo interiore ed esteriore, ma questo è solamente un modo concettuale e convenzionale di porsi verso l’esperienza. Per cui incentrare il proprio vissuto solamente su una parte “esterna”, ignorando quella interna, ci fa diventare ciechi di fronte a ciò che è la realtà, perché viene meno quell’aspetto introspettivo nel quale riconosciamo che l’interno e l’esterno sono strettamente correlati, interdipendenti.

Sono così correlati che sono una unica entità, non c’è una vera e propria separazione, la attuiamo noi inconsciamente. 

Vediamo ora da più vicino le conseguenze della gratificazione immediata, alla luce di questo modo di intendere la realtà.

Atteggiamento compulsivo

Quando abbiamo a che fare con un disagio interiore, spesso e volentieri cerchiamo una via di fuga e questo modo di fare lo ripetiamo spesso e volentieri, diventando di conseguenza un’abitudine che difficilmente poi riusciremo a toglierci di dosso, poichè la nostra mente si è abituata a rifuggire dalle difficoltà che stiamo vivendo e trova molto più facile fare acquisti, bere, fumare, giocare d’azzardo, la pornografia, lo smartphone, assumere sostanze stupefacenti, senza nessuna consapevolezza (o molto poca) mentre si fruisce di queste esperienze. C’è un forte senso di identificazione e di fusione con gli stati d’animo vissuti in queste esperienze ed allo stesso tempo si rafforza l’evitamento esperienziale verso il disagio che, non sapendo come gestirlo, abbiamo scelto questa strada che diventa via via sempre più ardua da sostenere.

Evitamento Esperienziale

 Il disagio, l’insoddisfazione, l’imperfezione, la sofferenza possono essere racchiuse in una unica parola che, all’interno della tradizione buddhista ha una connotazione centrale: dukkha. Questa parola che viene dal Pali, racchiude perfettamente quella insoddisfazione che, come esseri umani, veniamo tutti a conoscere da quando nasciamo, fino a quando moriremo.

Essendo condizioni assolutamente ordinarie della vita di un essere umano, la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte, vengono però vissute con terrore, preoccupazione e una serie di stati emotivi che difficilmente esaminiamo da vicino, ma anzi scappiamo da essi per rifugiarci in una gratificazione immediata, che essendo immediata, stempera quel disagio temporaneamente, ma non lo elimina.

Attaccamento

L’attaccamento rappresenta una delle conseguenze che nasce dalla gratificazione immediata, in quanto sussistono due condizioni: la prima è che non affrontiamo una emozione spiacevole, la seconda è che copriamo quell’emozione con uno stato d’animo derivante dal piacere immediato. Ne consegue che se ripetiamo questa azione molte volte si trasforma in una abitudine e consolidandosi, iniziamo ad avere un senso di attaccamento verso quello stato d’animo generato dal piacere immediato. E ciò causa che quando non avremo più questa sensazione, la ricercheremo ancora ed ancora ed ancora, poichè abbiamo esagerato inconsapevolmente le qualità di bellezza e di fascinazione di quella cosa che ci porta al piacere, senza accorgerci che è una visione parziale e ridotta della realtà.

Ciò ci fa ulteriormente identificare in quegli oggetti come il mezzo per “salvarci”, ma in realtà non ci stanno salvando, stanno facendo l’esatto opposto, poichè scivoleremo verso un baratro. L’attaccamento altro non è, quindi, che un senso di forte avidità che abbiamo nel rivivere determinati stati d’animo, emozioni, sensazioni correlate con una gratificazione immediata. Ma è anche una forte bramosia verso qualcosa che viene dipinto dalla nostra mente come meraviglioso e fantastico e che quando avremo quella persona, quella cosa, allora avremo risolto tutti i nostri problemi… ne siamo sicuri?

Maggior Reattività Emotiva

Siamo nel 2020 e il modo in cui ci poniamo di fronte a ciò che ci accade non è tanto diverso da quello che accadeva agli uomini di 3000 anni fa. Ovvero, il modo in cui funziona la nostra mente è più o meno sempre lo stesso. Abbiamo raggiunto traguardi tecnologici e scientifici incredibili, ma dal punto di vista mentale, siamo rimasti gli stessi. Per cui, ciò che guida l’essere umano, non è tanto la consapevolezza, i propri valori o principi, ma le emozioni. Beninteso che non intendo dire che l’essere umano debba essere sprovvisto di emozioni per “funzionare”, assolutamente. Le emozioni sono qualcosa di importante e fondamentale, sono segnali che la nostra mente ci invia e rappresentano una aspetto assolutamente necessario per il benessere di una persona.

Il problema con le emozioni nasce quando la risposta agli eventi è troppo forte e quando perdura nel nostro vissuto più a lungo di quanto sia necessario. Si pensi ad esempio ad un  bufalo che sta brucando erba in una savana africana, intento a cibarsi. Un leone lo inizia ad inseguire e qui si attiva la paura, l’istinto di sopravvivenza. Se il bufalo riesce a fuggire dal leone, nel giro poco tempo, tornerà a brucare l’erba come prima. L’essere umano non si comporta in questo modo: ha una risposta nevrotica a questa situazione e fa perdurare la paura oppure immagina situazioni paurose nelle quali sosta per un tempo indefinito.

Attribuzioni statiche ed intrinseche ad oggetti esterni

Questo aspetto, come d’altronde anche quasi tutti gli altri, non nasce da sè, ma è una conseguenza mutuativa tra gli elementi che ho elencato.

Quando siamo fortemente identificati con le nostre emozioni, inconsapevolmente stiamo proiettando verso determinati oggetti qualità che a loro non appartengono intrinsecamente. Questo nasce da un errore di fondo, da una nostra ignoranza, intesa sia come il non sapere, sia come una visione erronea: non ci accorgiamo che il giudizio che poniamo su tutto ciò che vediamo influisce sul modo in cui questo viene percepito, distorcendolo.

Non è un processo conscio, in quanto se lo fosse, la nostra società sarebbe ben diversa da come è.  Essendo eredi di questa erronea attribuzione, reifichiamo una qualità ad un qualsiasi fenomeno come appropriato, non appropriato o neutrale: è come se avessimo appiccicato una etichetta tramite un nostro giudizio a tutto ciò che è percepito dai nostri sensi. E questa etichetta include anche il nome, la forma ed il colore.  Dando questa attribuzione agli oggetti esterni, pensiamo che andare in vacanza in un determinato posto, risolverà tutti i nostri problemi, oppure che possedere una determinata macchina ci faccia star meglio, oppure da un lavoro ben retribuito, o da una donna o uomo affascinante e via discorrendo. In buona sostanza stiamo appiccicando un’etichetta ad un qualcosa, che in realtà non la possiede e ci porta quindi lontano dalla realtà, immergendoci nell’illusione. 

Maggior dipendenza dagli elementi esterni

Dagli elementi discussi finora, arriviamo a sviluppare inevitabilmente diverse credenze: 

  1. ciò che è esterno è così come ci appare senza accorgerci che stiamo integrando una distorsione cognitiva tramite il nostro giudizio e pensiero;
  2. ciò che è esterno è separato dalla mente;
  3. ciò che è esterno e mi affascina, mi cattura in un modo che la mia capacità di controllo è ridotta, se non nullificata. 

Questo porta a considerare indispensabili, irrinunciabili, imprescindibili, gli elementi esterni, trascurando enormemente il vissuto interiore, che rimasto inascoltato, scalcita e rivendica un suo spazio, che vorrebbe ottenere, ma viene alimentato in modo erroneo: gli si fornisce qualcosa che apparentemente lo rende più tranquillo, ma è solo, appunto, una gratificazione immediata. Essendo ogni fenomeno correlato ai 6 sensi (il sesto è quello mentale) transitorio, queste gratificazioni lo sono pure, ma c’è un totale disconoscimento di questa percezione della realtà, per cui ci si affida all’esterno come se durasse per sempre, come se fosse infinito, inesauribile. Un po’ come vedere il nostro mondo, che è in una crisi ecologica senza precedenti, poichè si pensa che sia infinito, ma è invece una risorsa limitata. 

Quindi non devo provare più piacere?

Verrebbe quasi spontaneo chiedersi questa domanda dopo quello che hai letto e quindi è necessario che ponga delle considerazioni a questo punto.

Non sto dicendo di non godere più di un piatto di pasta, una vacanza al mare, di rinunciare ad obiettivi e ambizioni personali, non è assolutamente questo. Semmai l’aspetto al quale dovremmo rinunciare sono le nostre aspettative: sono queste che ci fregano.

Le aspettative, infatti, sono strettamente correlate ai bisogni insoddisfatti. E un bisogno insoddisfatto ci spinge a trovare una soluzione a tutti i costi. Non è sempre un male, ma è importante valutare quanto siamo avvinti da questo bisogno. Se ci fa diventare dipendenti e condizionati a tal punto che ci allontaniamo da chiunque, o vogliamo prevaricare sul prossimo per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, allora c’è qualcosa da rivedere.

Pensiamo ad esempio al modello di proposizione del marketing: inventa nuovi bisogni per crearci aspettative di gratificazione con quegli oggetti che ci vengono venduti subito dopo averci fatto annusare come staremmo bene avendo quella determinata cosa…

Siamo senza speranza?

Dopo questa lunga panoramica di aspetti correlati alla gratificazione immediata, è importante non soffermarsi solo sul problema, ma cercare di risolverlo. 

Innanzitutto è necessario prendere atto che la mente gioca un ruolo fondamentale nel modo in cui ci relazioniamo sia con l’esterno che con l’interno. Vedere ad esempio che ciò a cui ci attacchiamo a livello di gratificazione è fuori dal nostro controllo, potrebbe farci riflettere su come possiamo porci verso quegli oggetti esterni. Basare infatti la propria vita per trovare sicurezza in qualcosa che non abbiamo un controllo effettivo, non sarebbe da rivalutare?

Dopodichè, dopo aver compreso intellettualmente il problema, dobbiamo immergerci ad uno stato più profondo, che va oltre le parole, in quanto queste se da un lato definiscono un concetto, da un altro lato bloccano l’esperienza, proprio per la definizione che si porta dietro la parola.

Così che ci dobbiamo armare di pazienza, coraggio, autodisciplina, resilienza, dedizione e una sana motivazione per entrare a contatto con questo mondo interiore. Infatti il mondo interiore ha una parte conscia ed inconscia.

Quest’ultima rappresenta la fetta più grande della nostra esperienza e possiamo accedere ad essa in svariati modi. Uno di questi è riscontrabile chiaramente nel mondo onirico, dove tutto il mondo creato al suo interno è creato totalmente dalla mente inconscia.

Un altro modo per entrare in contatto con il nostro mondo interiore inconscio è tramite la meditazione. Ci sono numerosissime forme differenti di meditazione, per cui la tradizione a cui faccio riferimento ha basi nel buddhismo Theravada, Tibetano e alle derivazioni occidentali come la mindfulness. 

La pratica meditativa infatti ci permette di entrare in profondità del nostro essere attraverso un’esperienza che fa emergere la parte inconscia, come se immaginassimo un oceano enorme che sta sobbollendo, e ogni tanto, dai recessi oscuri dell’oceano emerge un pezzo di un puzzle che andrà a comporsi lentamente per poter permettere al meditante di conoscere sempre di più se stesso, sia nelle sue parti luminose ed oscure.

Il processo meditativo, a differenza della gratificazione immediata, non è un mezzo per ottenere piacere subito, ma è un metodo di trasformazione della mente che ci permette di andare oltre alla narrazione che ci accompagna tutti i giorni, per entrare, tramite l’introspezione, l’attenzione intenzionale e la consapevolezza periferica, con ciò che costituisce l’aspetto base che va a creare il nostro carattere: i nostri pensieri. Molti pensieri vorticano nello spazio inconscio ed emergono da esso quando la mente si fa chiara e tranquilla. 

Non possiamo vedere attraverso uno stagno dall’acqua torbida di fango. Ma se l’acqua e il fango li lasciamo adagiarsi, potremo vedere chiaramente. Allo stesso modo la nostra mente, tramite la concentrazione su un oggetto meditativo quale il respiro, il corpo, una visualizzazione, può diventare duttile e diventare nostra amica. Infatti la parola meditazione in tibetano si pronuncia Gom, che letteralmente significa “familiarizzare con” e in questo caso familiarizziamo con la nostra mente.

Potendo vedere cosa passa per la nostra mente, come si instaurano le abitudini derivante dai pensieri, le interpretazioni che diamo alle persone, agli oggetti, agli eventi, possiamo essere in grado di scoprire dove si trova il problema che ci assilla: non è nell’esterno, come potremmo pensare, ma nel modo in cui usiamo la nostra mente. La mente ha una connotazione di estrema importanza nel creare la realtà, ma la conosciamo così poco! Non sappiamo perchè ci arrivano le emozioni, non sappiamo che cosa fare con molti stati d’animo derivanti dalle emozioni, del perchè sorgono i pensieri e perchè alcuni sono così invasivi e altri sono come un disco rotto, che si ripetono continuamente.

Per cui quando iniziamo a prendere la sana abitudine di sederci o di camminare consapevolmente, troviamo una via per defondere un pensiero da un evento esterno, vedendo effettivamente cosa stiamo aggiungendo a quell’esperienza. Pian piano, con pazienza e autodisciplina, potremo scorgere il modo in cui ci leghiamo alla gratificazione immediata e smettere di assecondare la mente nelle sue storie, lamenti, piagnistei infantili.  Altro non è che l’ego nella sua parte insalubre. 

Ognuno di noi ha la possibilità di evincersi da quella lotta infinita con la nostra mente, portando pace, lasciandola riposare e in modo profondo. Diamoci una possibilità in tal senso, poichè la direzione che la nostra società ha intrapreso già da tempo, non va nella direzione che avvalora l’introspezione, ma al contrario, nel modo che si propone, a creare bisogni dal nulla, a rendere schiave le persone dei loro stessi bisogni, senza offrire loro nessun modo per liberarsene. 

Troviamolo noi un modo di liberarci da queste zavorre inutili!

Buona vita!