Quando mi trovo di fronte a situazioni che possono essere “categorizzate” come sofferenza o felicità comprendo che ci sono molte cose in comune tra le due, più di quanto non si creda.

Tempo fa ebbi la fortuna e il privilegio di ricevere un insegnamento di filosofia Buddhista dal mio caro maestro riguardo le 4 Nobili Verità. Queste 4 verità nella tradizione buddhista sono:

  1. La verità della sofferenza;
  2. La verità dell’origine o della causa della sofferenza;
  3. La verità della cessazione della sofferenza;
  4. La Verità della via che porta alla cessazione del dolore.

Non mi voglio soffermare nel discutere ognuna di queste, più che altro quello che vuole essere questo articolo è come comprendendo che più si conosce la propria sofferenza, più è comprensibile avvicinarsi ad uno stato di felicità. Ma come, mi domanderai?

In base al concetto di causa ed effetto sarà molto semplice rispondere: se la sofferenza che abbiamo è l’effetto di una causa, anche la felicità è l’effetto di altre cause. Riuscire a comprendere e riconoscere quali fa parte di un processo costante e continuo che nel tempo si fa sempre più chiaro, togliendo quel velo di illusione o velo di Maya con la luce della consapevolezza.

Andiamo più in profondità sul discorso sofferenza. Perchè soffriamo? Quale è la causa della sofferenza che quotidianamente, in un modo o in un altro ci porta a stati mentali o fisici spiacevoli? La risposta sta nel conoscere come la sofferenza si manifesta in noi.

Ci sono 3 tipi di sofferenza:

  1. La sofferenza della sofferenza
  2. La sofferenza del cambiamento
  3. La sofferenza onnipervasiva

Sofferenza della sofferenza

Questo tipo di sofferenza viene espressa nel momento in cui, con il nostro corpo umano ci ammaliamo o subiamo dolore fisico di qualunque tipo. A questo tipo di dolore fisico aggiungiamo sofferenza mentale che si esplica in pensieri del tipo: “è insopportabile”, “non ce la posso fare”, “che dolore pazzesco!” e via discorrendo. Quindi quando ci troviamo di fronte ad una situazione che ci vede coinvolti mentalmente in pensieri di sofferenza ed avversione verso lo stato fisico dolente, aggiungiamo di fatto un peso aggiuntivo, come una sorta di zavorra mentale pesante tonnellate a quella che è la nostra sofferenza fisica. La domanda semplice che sorge è: lamentarmi di quel dolore, me lo farà alleviare o me lo farà peggiorare?

Sofferenza del cambiamento

Il cambiamento è parte costante delle nostre vite e di tutto ciò che abbiamo attorno a noi. Prendiamo in esame qualunque cosa che i nostri sensi percepiscono, i nostri pensieri, le nostre emozioni, le case dove abitiamo, i vestiti, le persone attorno a noi. C’è qualcosa che entra nella nostra sfera percettiva e che rimane immutata? Ad una analisi approfondita, vedremo che non c’è nulla che si mantiene inalterato nel tempo.

Qualunque tipo di illusione di permanenza possiamo sperimentare ci farà soffrire: attaccarci con ossessione alle “nostre” cose ci farà soffrire nel momento in cui le perderemo o si logoreranno.

Attaccarci alle persone in modo da non poter vivere più senza di loro non è amore e così soffriremo per la loro dipartita.

Trattenere qualunque cosa nella nostra vita creando delle forzature in relazioni, rapporti professionali o nelle nostre convinzioni ci farà soffrire. Nella mia esperienza personale nel momento in cui ho lasciato andare quei rapporti, quelle relazioni, ho sperimentato un senso di serenità e di benessere notevoli.

Sofferenza onnipervasiva

La sofferenza onnipervasiva è la sofferenza più sottile e profonda e crea le sofferenze sopra citate. Tutta la sofferenza nasce da questo tipo di sofferenza poichè questa deriva dai 5 aggregati contaminati che l’essere umano ha dentro di sè. I 5 aggregati sono contaminati da 4 attributi: essi sono l’impermanenza, l’insoddisfacenza, la mancanza di un sè e la vacuità.

La sofferenza onnipervasiva è un argomento molto vasto e che per poterlo spiegare con efficacia dovrei spiegare sia cosa siano i 5 aggregati che i 4 attributi. Essendo un argomento molto lungo e di non semplice comprensione, spiegherò in un altro articolo cosa sono questi 5 aggregati e i 4 attributi.

Ma ora viene il bello!

Avendo questa consapevolezza che esiste questo tipo di sofferenza, come posso essere felice?

Come poter conoscere maggiormente la propria sofferenza

Dal momento stesso in cui iniziamo ad essere più consapevoli di come i nostri pensieri si sviluppano nella nostra mente, di come sono collegati con tutto quello che ci circonda, iniziamo a comprendere effettivamente cosa è che ci fa soffrire: la nostra interpretazione associata a determinate situazioni che noi vediamo come dolorose, sofferenti e via discorrendo.

E’ come interpretiamo il mondo in tutte le sue sfumature, nei concetti che poniamo su ogni cosa: piacevole, spiacevole o neutrale. Qualunque nostro pensiero ricade in una di queste categorie e qualunque concetto che utilizziamo ricade per forza in una di queste categorie.

Abbiamo quindi nei confronti di situazioni piacevoli un attaccamento, dando un senso di permanenza a queste situazioni, momenti, persone, emozioni, pensieri, ecc cercando fortemente di trattenerli dentro di noi, di prolungarli. Ma cosa succede invece? Non durano quanto vorremmo e da lì iniziamo a soffrire.

Ci sono situazioni spiacevoli che non vogliamo assolutamente, li neghiamo, li allontaniamo, ci costruiamo culture, società sull’evitare la spiacevolezza, ma alla fine non accettandole per quello che sono, si perpetuano e si rafforzano in noi le paure, le angoscie.

Ci sono poi una molteplicità di situazioni neutrali, dove ci annoiamo, non hanno molto significato e visto che sembrano appiattire la nostra vita, cosa facciamo? Le ignoriamo, ci diamo poco peso e vogliamo avere più “azione” nella nostra vita, più vivacità donata dagli estremi bene/male.

Nel momento stesso in cui comprendiamo queste situazioni e di come queste siano fortemente soggette al cambiamento, iniziamo anche noi a vedere un cambiamento dentro di noi. Essendo responsabili di quello che proviamo nei confronti di tutto quello che sperimentiamo, iniziamo a porre azioni differenti, grazie a questa consapevolezza pacifica e che reca grande felicità dentro di noi.

Conclusione: cosa fare?

Questa consapevolezza che porta pace e felicità come la sviluppiamo? Attraverso la pratica, la meditazione. Sedendoci ogni giorno al mattino o alla sera, il modo migliore per poter comprendere la nostra stessa natura, la nostra mente, che è alla base di tutti i giudizi che creiamo nei confronti di qualunque cosa, iniziamo a familiarizzare con noi stessi.

Osservare senza giudicare i nostri pensieri e accettandoli, facciamo un dono meraviglioso per noi stessi, dandoci la possibilità di ridurre la portata che la sofferenza ha su di noi.

La nostra mente ordinaria, quella che produce giudizi, pregiudizi, che generalizza, critica ha un livello di consapevolezza molto basso e non potrebbe comprendere questo stato di comprensione profondo che è comprendere la sofferenza, poichè si basa sulla mente ripetitiva. Oltre questo livello c’è una prospettiva completamente differente per poter osservare l’universo. Questo livello della mente non congela le situazioni piacevoli nel tempo, non blocchiamo relazioni e le cristalizziamo e nè cerchiamo di negarne altre.

E’ un livello di esperienza che ci porta a lasciare da una parte i nostri giudizi, le nostre critiche costanti, trascendendo il buono e il cattivo, oltre al dolore e al piacere. E’ un modo rivoluzionario di comprendere e percepire il mondo. E per poterlo fare si può apprendere tramite la pratica costante della meditazione.

Non è facile, ma possiamo darci una possibilità e questa è una prospettiva incoraggiante e meravigliosa!