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Quando ho conosciuto per la prima volta la frase “lasciare andare” non avevo ben capito di cosa si voleva intendere. E quando l’ho iniziato man mano ad abbracciare come concetto, come stile di vita, qualcosa è cambiato definitivamente.

Lasciare andare l’ho trovato simile all’accettazione. Ma andiamo per gradi.

Lasciare andare a cosa serve e perchè dovrebbe farmi vivere più serenamente?

Cosa significa Accettazione?

E qual è il nesso tra queste 2 cose?

 

Cosa è il Lasciare Andare

  • Lasciare andare è accontentarsi;
  • Lasciare andare è accettare;
  • Lasciare andare è comprendere;
  • Lasciare andare è ascoltare;
  • Lasciare andare è alleggerire;
  • Lasciare andare è semplificare;
  • Lasciare andare è suggellare un patto con te stesso di non belligeranza con la propria mente;
  • Lasciare andare è togliere quei pesi, quelle zavorre inutili che non ci si accorge di avere finchè non ci se ne rende conto;
  • Lasciare andare è lasciare cadere la richiesta ossessiva dell’ego di voler avere una risposta;
  • Lasciare andare è smettere di farsi del male;
  • Lasciare andare è volere bene a sè stessi;
  • Lasciare andare è conquistare maggior libertà;
  • Lasciare andare è smetterla di volere avere ragione a tutti i costi;
  • Lasciare andare è non prendere di petto le situazioni;
  • Lasciare andare è non vedere le cose solo dal proprio punto di vista;
  • Lasciare andare è tutto quello che ti porta in una direzione di maggiore serenità.

Accettazione

Per parlare di accettazione prima dovrei fare una piccola premessa sulle parole e il significato che queste hanno. Spesso e volentieri nella comunicazione di ogni giorno ci sono incomprensioni, non si capisce cosa dice l’altro, non si comprende quello che voleva dire, non si comunica in modo retto, sano.

Cosa intendo dire con questo? Di tante delle variabili che influiscono su come possa essere distorta la comunicazione, quindi elementi di disturbo che rendono difficoltoso l’ascolto, ce n’è una che è invece più sottile, meno grossolana: dipende dalla definizione che ognuno fornisce alle parole. Certo sembrerebbe una assurdità, ma se ci pensiamo bene, molte delle parole che utilizziamo derivano spesso da abitudini anche di altre persone che piacendoci, le adottiamo, soprattutto se quella persona ha un buon ascendente su di noi. Ma oltre a ciò la nostra mente fornisce una sua interpretazione personale, soggettiva (e ci mancherebbe), facendo diventare le parole qualcosa di diverso da quello che realmente sono.

Faccio un passo indietro per far capire meglio di cosa sto parlando.

Quando mi sono approcciato al Buddhismo per la prima volta, sentendo un sacco di parole in italiano che sono state tradotte dal sanscrito o dal tibetano, mi sono reso conto, confrontandomi con svariate persone, che i termini di traduzione non coincidevano o meglio non esistevano parole specifiche per spiegare determinate parole. Oppure proprio non esistevano. Nel tibetano la frase “ti amo” non esiste. Non c’è proprio. Quindi allargando la visione di come le nostre parole da un lato identificano un determinato significato, da un altro abbiamo invece un limite che viene fornito dalla parola stessa: in più abbiamo anche che alcune parole, non avendo un corrispettivo specifico, vengono tradotte con una terminologia che se non fatta comprendere nel suo insieme e dal contesto nel quale si sviluppa, creerà più problemi che altro nel veicolare il giusto significato.

Parallelamente queste problematiche di comunicazione le si ritrovano anche all’interno dell’italiano, in quanto quando non capivo cosa una persona mi stesse dicendo, chiedendogli cosa intendesse per un determinato vocabolo poi la comprensione è giunta.

A questo punto posso parlare di accettazione; è una di quelle parole che nella cultura italiana c’è associato un senso di negatività, di passivismo e un comportamento remissivo. Niente di più sbagliato. Accettazione significa il comprendere la situazione per quella che è, senza aggiungerci per forza un giudizio.

Se lasciare andare e accettazione sono affini, intendo dire che se io lascio andare una cosa non significa che la abbandono, ma la comprendo nella sua forma che mi viene proposta e da lì posso partire per modificare, cambiare, adottare una nuova strategia, comprendere più a fondo quello che ci stava dietro, proprio perchè l’ho accettata.

Per meglio comprendere questa cosa, potrei parlare di un libro che mi lessi 2 anni fa circa, i 6 pilastri dell’autostima di Nathaniel Branden. Tra questi 6 pilastri troviamo l’accettazione di sè. Come accettazione di sè veniva inteso il fatto di comprendere il modo in cui io vivo, esperimento, soffro, amo, eccetera. L’accettazione veniva dal rendersi conto, quindi un atto di consapevolezza verso il proprio mondo interiore e ciò è il punto di partenza. Ma questo quindi cosa significa?

Che se l’accettazione è un punto dal quale io parto per creare qualcosa, nel momento stesso che lascio andare esprimo un concetto similare: intendo dire che lasciare andare è come il mollare la presa egoica, quella chiave di sofferenza interiore che non vogliamo mai accettare per poter iniziare a far qualcosa di nuovo, di differente verso il nostro mondo interiore (e conseguentemente esteriore).

Finchè saremo avvinti da questo senso di attaccamento verso una propria forma di sè, di una immagine di sè statica e non dinamica, moltiplicheremo la nostra sofferenza, autosabotandoci e il bello è che lo faremo inconsapevolmente, carnefici di noi stessi: cosa che difficilmente accetteremo e che proietteremo questa insoddisfazione verso l’esterno, verso qualcuno, verso una categoria di qualunque tipo che non si confà con il nostro modo statico di vederci (squadra di calcio avversaria, i metallari, gli unzettari, gli xenofobi, ecc).

Il nostro punto di vista

Il “sono fatto così”, il “ho sempre fatto così” o il “non ci posso fare niente”  ha in sè questa arrendevolezza, questa non accettazione e nemmeno il lasciare andare.

Lasciare andare è trascendere questi concetti per non necessariamente raggiungerne degli altri, ma bensì per aprire la propria coscienza in un modo più ampio, libero, sereno e con un senso di pacificazione molto più radicato e che ci permette di vedere con più chiarezza cosa possiamo fare di noi stessi e della nostra vita.

Ma soprattutto, il lasciare andare e l’accettazione implicano rendersi responsabili di ciò che si prova e abbandonare la propria visione personale ed entrare in un campo ben più ampio tramite l’ascolto e la comprensione. Questo significa mollare la presa dalle proprie convinzioni, dal nostro unico e anche limitato punto di vista. Tutte le volte che mi sono confrontato con altre persone riguardo punti di vista differenti ho notato che coloro che non si muovono dal loro punto di vista (cioè sono restii al confronto) sono coloro che portano con sè un carico egoico notevole e con conseguente sofferenza. La soluzione (o una delle tante) che ho trovato e provato sulla mia pelle è mollare la presa, lasciare andare.

E’ in questo spazio meraviglioso di accettazione di quello che c’è che possiamo partire e aprirci prima verso noi stessi e quindi al prossimo, in una comunicazione più serena e sincera.

Un buon modo per poter mettere in pratica il lasciare andare è seguire il proprio respiro, ogni giorno per 20 minuti. Ma di questo parlerò nel prossimo articolo 🙂